Lunedì 12 Novembre 2018
   
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ING. DELEONIBUS: L’AMBIENTE ASSALTATO

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Il Governo, con l’art 49 del DDL, riguardante la “manovra di Tremonti”, attua la soluzione finale per la tutela dell’ambiente. L’art. 49 consente, in pratica, attraverso il cosiddetto “silenzio-assenso” e la modifica del procedimento di VIA, di “massacrare” l’ambiente alterandone la tutela e il diritto dei cittadini a vivere in un ambiente salubre.

Lo strumento di difesa fondamentale scelto dall’Unione Europea è l’obbligo di autorizzazione di ogni attività potenzialmente pericolosa per l’ambiente, che deve essere preventivamente controllata dalla Pubblica Amministrazione (PA). L’autorizzazione contiene le prescrizioni per evitare rischi e pericoli. Il silenzio-assenso implica che il soggetto interessato a una costruzione presenti domanda di autorizzazione, quindi, se non riceve alcuna risposta in un determinato tempo, si considera tacitamente autorizzato. Il precedente di condanna dell’Italia da parte della Corte di Giustizia (Causa C 70-89 del 13 dicembre 1990), proprio sul silenzio-assenso, è avvenuto con la legge Merli e con riferimento agli scarichi di cadmio. Una seconda esplicita condanna si ha con la causa C-360-87 del febbraio 1991, dove la Corte precisa: “la concessione o la revoca delle autorizzazioni devono risultare da un provvedimento esplicito a seguire procedure precise“. In via incidentale va evidenziato che nell’Ordinamento italiano il silenzio-assenso è l’eccezione. La Corte Costituzionale con sentenza 191 del 1986 afferma che il silenzio della PA su una domanda del privato significa rigetto e non accoglimento. Corte di Giustizia e Corte Costituzionale hanno chiaramente affermato che il silenzio-assenso e le autorizzazioni tacite non sono compatibili con la tutela dell’ambiente, poiché tale tutela implica che l’attività oggetto di autorizzazione “si svolga in assoluta sicurezza…sulla base di prescrizioni puntuali e specifiche dell’atto di autorizzazione“ (Corte Costituzionale 306 del 18 giugno 1992).

L’autorizzazione tacita si porrebbe in contrasto con la “tutela della salute e dell’ambiente, che sono beni costituzionalmente garantiti e protetti dagli art 32 e 9 della Costituzione” (Corte Costituzionale n.307 del 18 giugno 1992). Sugli strumenti di pianificazione territoriale e i relativi procedimenti amministrativi, ancora, la Corte Costituzionale è di chiarezza solare nella sentenza n.26 del febbraio 1996: “sul profilo ambientale opera il principio fondamentale risultante da una serie di norme in materia ambientale, della necessità di pronuncia esplicita mentre il silenzio dell’amministrazione preposta a vincolo ambientale non può avere valore di assenso”.

Il Governo degli “Attila ambientali” interpreta, invece, la semplificazione dei procedimenti nella materia ambientale come eliminazione dei controlli, sostituendo l’autorizzazione con la semplice domanda di autorizzazione. La valutazione d’impatto ambientale è invece “trasferita” a Università ed enti autorizzati. L’odio per la VIA in Italia è antico, e annovera tra i suoi detrattori politici , industriali e lo stesso legislatore. La VIA nasce nel 1970 negli USA con il National Environmental Policy Act, ed è lo strumento per valutare preliminarmente i potenziali effetti che un’opera può avere sull’ambiente naturale, nel quale deve inserirsi. Le norme che regolano la VIA prevedono la raccolta delle osservazioni di tutta la comunità interessata, e quindi la partecipazione della “gente”. La VIA nasce con la direttiva 337/85, e il “furbo”legislatore la inserisce nel luglio 1986 nella legge che istituisce il Ministero dell’Ambiente, stabilendo che avrebbe presentato “entro sei mesi il disegno di legge relativo all’attuazione delle direttive in materia d’impatto ambientale”. Il recepimento, avviene nel 2005 con il Testo Unico Ambientale. I decreti attuativi della VIA “italiana”, e con il singolare strumento del decreto Presidente Consiglio Ministri sono emanati nel 1988 (DPCM 377/88 e 27 dicembre 1988). Nel frattempo le grandi aziende per  “fuggire” alla VIA avevano scelto, per esempio, i tracciati dei grandi elettrodotti, dei quali si discute ancora adesso, in Val di Susa, Val d’Ossola e in provincia di Mantova. Non sarà certo l’ambiente a incidere negativamente in un Paese dove il tasso medio d’incremento del PIL è stato pari all’1% negli ultimi 30 anni. Un Paese in mano a “economisti illuminati", dove la verifica empirica ha sempre smentito le loro “dottrine”. Nel decennio 1965/75, in presenza di un irripetibile tasso di crescita medio annuo del 4,5%, gli occupati crebbero di poche decine di migliaia l’anno, e nel decennio successivo, con un aumento medio del PIL del 2%, l’occupazione si ridusse dello 0,35 % l’anno e in maniera costante. “L’Ambiente” allora era “inesistente”, ma l’effetto sulla distribuzione della ricchezza è rimasto una “invariante”, mentre crescono i reati ambientali e il fatturato delle ecomafie, quantificabili in 100 miliardi di euro!

Commenti 

 
#1 Alberto 2010-07-26 13:46
Un enorme ringraziamento. I riferimenti sono utilissimi. Speriamo che gli amministratori ne tengano conto e si ottenga più attenzione per l'ambiente.
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