Sabato 21 Aprile 2018
   
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TESTIMONIANZA DI UN INDIGNATO A ROMA

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Riceviamo e Pubblichiamo


 

Spero questa voce diretta possa essere di guida alle riflessioni riguardo il 15 ottobre

Mi sono ripromesso di limitarmi ad una sola cronaca dei fatti, visti da una prospettiva più attenta ai dettagli di prima mano. Ma molto probabilmente scrivendo cederò alla presunzione di qualche commento, perchè questa è una lettera scritta a caldo, nel tentativo di non essere viziata da una revisione che potrebbe snaturarla.

Il motivo primo che mi ha spinto a scrivere è stato il contrastare un inevitabile carosello mediatico che, facendo sponda sulla violenza di pochi, avrebbe compromesso le migliori iniziative di tutti. Con mio grande piacere, e un po’ di meraviglia, al mio ritorno a casa non sono stato umiliato da troppe trasformazioni e politicizzazioni di ciò che è successo. Sarà un merito dei video amatoriali e dei social network, pronti a sbugiardare? Chissà...

La ragione di questo scritto resta allora quella di fornire qualche dettaglio in più, forse ridondante; per indirizzare meglio il risultato delle mille supposizioni e dei dubbi che frullano nella testa di un qualsiasi uomo, alla ricerca di un qualche significato quantomeno umano alla base di ciò.

Non era la prima manifestazione a cui prendevo parte e, per una naturale attenzione ai dettagli organizzativi, ho percepito una differenza che non sono stato subito in grado di mettere a fuoco, se non col senno di poi.

Io, insieme ad alcuni compagni di viaggio, ho camminato dalla coda verso la testa di questo immenso serpentone, godendo di uno sguardo di insieme, che spero possa dare più forza e peso alle mie parole.

Era un grandissimo crogiuolo di umanità, con tante e diverse idee e slogan, condivisi o meno, ma tutti espressi con notevole orgoglio e rispetto altrui.

Tutto era più che tranquillo e civile, nonostante l’assenza di figure autoritarie. Eh sì, perché forze dell’ordine non se ne vedevano neanche a distanza lungo il corso del corteo, ai suoi lati. Una prassi comune, quantomeno per avere un controllo visivo di una zona a rischio.

Affacciandosi nelle vie traverse più ampie si potevano trovare dei mezzi posti ad argine per favorire il corretto flusso, ma nulla di che.

A un certo momento, per necessità fisiologiche, il mio gruppetto ha deviato dal corteo alla ricerca di un bar. Qui, ad una tivù, la Rai segnalava l’inizio di episodi di violenza; nessuno di noi, memore dell’atmosfera, avrebbe mai pensato che potessero essere accaduti all’interno della manifestazione. Infatti, appena usciti dal Bar, abbiamo deciso di riagganciarci alla testa del corteo, tagliando per le vie interne al suo giro. Vedendo tanta gente camminare in queste stradine per la stessa direzione, abbiamo interrogato via via qualcuno, scoprendo che il giro aveva subito di volta in volta delle deviazioni a causa di scontri.

Fiduciosi nella sicurezza di trovarsi in mezzo a così tanta gente pacifica, abbiamo continuato a cercare il corteo finchè non l’abbiamo visto. Spezzato da una fila di cassonetti.

Il cambio di atmosfera era netto. Tutto era successo con una rapidità disarmante. Si sentivano dai carri-guida inviti a restare uniti per tenere compatta la meno grande e larga fila. Mentre gente a volto coperto iniziava a passare impunemente tra la folla. E infatti proprio in quel momento realizzai l’assenza già percepita delle forze dell’ordine.

Dai carri ci hanno detto che tutto si era riorganizzato e ci si stava riunendo tutti inseme a piazza San Giovanni. “Bene” - pensai - “finalmente il calore di una folla unita”. Entrati nella piazza al fianco del monumento sulla nostra destra, ci siamo trovati finalmente di fronte alle prime forze di sicurezza. Peccato fossero unicamente in tenuta antisommossa.

L’aria intorno si iniziava a sentire pesante, ma abbandonare la manifestazione in quel momento significava dare una carta in più da giocare alla violenza. Quasi tutti hanno infatti deciso di proseguire senza indugi.

Risalendo la fila all’ingresso della piazza, alla ricerca dell’intera folla di sinceri Indignati, vedevo sempre più numerosi quelli che dopo sarebbero stati chiamati semplicemente “neri”. Giustamente questa gente non merita neanche un nome, poichè la vigliaccheria della violenza forte dell’anonimato di un casco e di una maschera sovrasta qualsiasi causa o motivazione. La cosa assurda è che, oltre a quella lontana fila di agenti antisommossa, non c’era altro argine alla loro presenza.

Qui ho assistito alla scena che più di tutte mi ha toccato di questa lunga giornata. C’era un gruppo di No-TAV, bardati di ogni colore e muniti di strumenti. In mancanza di altri deterrenti, più “neri” si facevano vedere, più forte i “colorati” suonavano per tenere alti gli animi.

Non abbiamo avuto neanche il tempo di formare un assembramento corposo e compatto, perchè il vento già ci portava i primi lacrimogeni provenienti dal basso, dove evidentemente gli scontri erano già iniziati, e l’aria continuava ad essere rotta dalla bombe-carta sempre più vicine e frequenti.

Il risultato dei lacrimogeni era semplice quanto controproducente. Disperdere i pacifici manifestanti, lasciando il terreno a chi era ben preparato - con maschere, limone e soluzioni di Maalox - ad una condizione a lui più consona.

Ha avuto così inizio la giostra grottesca di una piazza impazzita. Il mio gruppo, ridottosi a 5 elementi, si teneva nelle zone di limbo abbastanza vicine da tenere sotto controllo il volgere degli eventi senza esporsi, atteggiamento che ci ha permesso di raccogliere qualche preziosa testimonianza video nonostante il bruciore agli occhi.

Subito rifugiati sul sopralzo del monumento, abbiamo avuto il breve tempo di raccogliere le idee. Alla nostra sinistra il flusso in ingresso alla piazza. Più avanti, ed intorno, la folla si diradava in un movimento inconcludente. Non si riusciva a capire dove poter andare per uscire. Di fronte a me, dalla cresta delle fila di osservatori in apprensione, spuntavano in lontanaza dei palloni che reggevano una gigantesca scritta colorata: “Il fine non giustifica i mezzi”. Al grottesco non c’è fine.

Intanto la pressione degli scontri si spostava verso di noi, preannunciata dagli inutili lacrimogeni sempre più intensi. Costretti a spostarci dalla parte opposta della piazza, siamo arrivati nella zona dei bagni chimici in fila. Fila rotta da uno di questi ribaltato che lasciava affacciarsi su di un alto dislivello di diversi metri. Poco dopo, su quell’interruzione, ho visto un “nero” che pareva tirare su dal dislivello una mazza larga, ben nastrata agli estremi, e munita di un artiglio ben forgiato e per nulla improvvisato.

L’impressione sempre più forte era che nulla fosse stato lasciato al caso, ma non c’era il tempo per le domande. La cosa più urgente era cercare di uscire da quella che sembrava essere a tutti gli effetti una trappola. E lo era. Dalla nostra posizione dopo un po’ siamo riusciti a capire che non c’era una strada lasciata aperta in uscita.

Ci siamo immediatamente catapultati controcorrente, più vicino possibile al fianco sicuro del monumento che ci guidava alla strada da dove eravamo entrati. In quella che sembrava finalmente zona franca, alle spalle del monumento, la stessa pattuglia antissommosa, immobile dove l’avevamo lasciata, guardava la strada da dove eravamo giunti inizialmente; guardandola si vedeva senza fine l’altro ramo del corteo perduto in precedenza. Fermo ad aspettare nessuno sapeva cosa.

In quel momento, neanche il tempo di adagiarsi alla quiete, il rumore lontano delle bombe-carta viene rotto dal grido di una donna. Girati in quella direzione la vediamo colpire un uomo con guanti antiscivolo e il volto coperto da un casco integrale e occhiali da sole, che aveva ben pensato di continuare a camminare impudente ed impunito fra i manifestanti. Costui, riuscito a divincolarsi dai colpi della donna e del piccolo gruppo intorno a lui, è tornato in direzione della piazza, passando affianco all’antisommossa schierato ed inerte, senza conseguenza alcuna.

Più giù il corteo iniziava a disperdersi, mentre inziavano a definirsi nelle parole di alcuni i primi sentimenti contrastanti, e a noi non rimaneva altro da fare che avviarci verso la metro, e quindi il pullman per tornare a casa.

Angelo Lorusso,

Conversano, 16/10/2011

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