Venerdì 16 Novembre 2018
   
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SAN GIUSEPPE GREMITA PER BEPPE ENGLARO

englaro

Per l’ultimo giorno di incontri di Lector in Fabula ospiti d’eccezione tra cui Beppe Englaro. Una chiesa di San Giuseppe gremita per l’evento e un pubblico davvero molto variegato ad ascoltare le parole di un padre, ma anche di un uomo che difende costantemente il diritto a fare della propria vita quello che si vuole, nel rispetto delle leggi ma anche della dignità.

Un promotore dei valori più alti della libertà dell’individuo, una persona di grande coraggio e forza d’animo che “ha visto morire sua figlia due volte, uccisa da un incidente stradale e dall’accanimento terapeutico”.

L’incontro si apre con la lettura di una lettera che Eluana scrisse un mese prima dell’incidente. Appare sin dalle prime battute l’idea di quanto questa giovanissima studentessa fosse amante della vita, della libertà, della famiglia. Idee chiarissime su tutto, una grande curiosità e tanta, tanta voglia di viaggiare e conoscere il mondo.

Le parole di Beppe Englaro colpiscono l’attenzione di tutti. Nel raccontare la triste vicenda cominciata il diciotto gennaio del 1962, giorno in cui sua figlia ha perso tutte le capacità vitali ed è entrata in stato vegetativo, ribadisce la sua idea su come la rianimazione “interrompa il processo della morte” e su quanto Eluana non avesse paura di morire, bensì di vivere come poi ha evidentemente vissuto per diciassette anni. Attaccata a una macchina, incosciente, immobile.

Tutte le battaglie intraprese in questi anni, a partire dal 1999, avevano un solo obiettivo: ripristinare le volontà di Eluana, perché “qualcuno le stava imponendo di “vivere”, anzi la stava condannando alla vita”. La richiesta di interrompere l’alimentazione forzata ha scatenato in Italia un acceso dibattito, ma soprattutto una pressione mediatica che ha devastato il già precario equilibrio di questa famiglia, colpita da una tragedia così grande.

Ma, dopo un lunghissimo iter giudiziario, l’istanza è stata accolta dalla magistratura e la volontà di Eluana è stata, anche se dopo diciassette anni, rispettata ed esaudita. “Per non incorrere in queste violazioni della libertà personale”, spiega Englaro, “il testamento biologico è l’unica soluzione possibile, l’unica garanzia di libertà. Ora il mio compito è, da cittadino qualunque, andare in giro per l’Italia e informare la gente. Non voglio essere un maestro, voglio portare a quanta più gente possibile la mia testimonianza”.

Commenti 

 
#4 Arianna 2010-09-17 20:55
Io sono venuta ad ascoltare il sig. Englaro, con tutta la vicinanza emotiva che merita una persona che ha vissuto, e vive ancora, un dolore che va oltre le parole. Tuttavia, dato che non c'è stato alcun riserbo nei confronti di questa storia (e la colpa è di tutti e di nessuno) volevo sottolineare come le parole possano fare male. "eluana è morta 17 anni fa" ha il suo significato preciso, che arriva all'opinione pubblica come "quant'è ingiusta la medicina che pratica l'accanimento terapeutico!"
Io credo che alla base di ogni scelta, personale, e come tale non soggetta a giudizio altrui, ci debba essere la comprensione profonda della situazione, l'informazione, ma non nel senso in cui la intendiamo di questi tempi. Ecco perchè storie come questa mettono in mezzo emozioni immense e pareri che tante volte non sono basati su fatti... Ho sentito dire tante volte, come anche in questo articolo "povera eluana, 17 anni attaccata ad una macchina..." ecco, io credo che abbiamo tutti colpa, non nel facile modo di giudicare gli altri, ma nel trattare questi argomenti con superficialità, in modo che perdano una certa sacra importanza, sempre necessaria quando si parla di vita, di morte, della possibilità di morire.
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#3 danielepasquale5@gmail.com 2010-09-17 16:15
@Arianna, permettimi una riflessione ...
E' molto ingiusto mettere sullo stesso piano casi clinici differenti.
Non è rispettoso neanche nei confronti dei malati poichè non c'è una soluzione giusta per tutte le situazioni di coma vegetativo.
Ogni malato ha la sua storia ed ogni singolo caso una evoluzione differente.
A noi non spetta giudicare il caso di Eluana, ne l'atteggiamento risoluto del suo anziano genitore.
Ci vuole rispetto per una scelta che sarà stata indubbiamente travagliata e sofferta.
... Ci vorrebbe però, egual rispetto per chi crede che l'epilogo di questa storia sia stato forzato in maniera crudele e, soprattutto, eccessivamente pubblicizzato.
Sarebbe bene per il futuro che storie simili restassero ovattate da un giusto riserbo.
Ma di questo clamore, il sig. Englaro non ha alcuna colpa.
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#2 Ah Rihanna 2010-09-17 15:35
piccole quaglierielle crescono
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#1 Arianna 2010-09-17 14:07
eluana viveva "attaccata ad una macchina, ... incosciente, immobile"

Il rispetto per il dolore e per scelte personali e faticosissime non ci deve mai impedire di dire la verità, e questa vicenda, purtroppo, all'opinione pubblica è arrivata come accanimento terapeutico, come sopruso da parte dei medici, come "imposizione alla vita".
Sfatiamo prima di tutto un mito: diversi sono il coma, la morte cerebrale, lo "stato vegetativo persistente".
ELUANA NON ERA ATTACCATA A NESSUNA MACCHINA!!! Durante il coma, è vero, si respira in maniera artificiale, ma il coma è sempre una situazione transitoria: dopo di che o si muore, o ci si "risveglia", o si passa a questo stato complicato, che la neurologia non ha ancora capito del tutto, chiamato tristemente "stato vegetativo persistente". Così viveva (e sottolineo, VIVEVA ... perchè in nessun modo possiamo chiamarlo MORTE) Eluana Englaro da 17 anni. Eluana respirava (senza ausilio), dormiva, si svegliava, apriva e chiudeva gli occhi, faceva dei movimenti, emetteva suoni, deglutiva... non sappiamo a che livello fosse la sua coscienza... ma non possiamo pensarla immobile e attaccata ad una macchina: sarebbe falso e pretestuoso.
Da tutta questa storia, dalla rabbia che ancora il padre di Eluana mostra, e ha mostrato a Conversano, a me resta solo una frase, detta da un anestesista che la ha aiutata a morire... "Eluana è morta 17 anni fa, nel momento dell'incidente". Questo, oltre ad essere falso dal punto di vista "clinico", uccide la speranza di tanti in Italia che assistono i propri cari in situazioni simili, sperando in uno sguardo o in un sorriso, ... che effetto fa a loro sentire che "stanno accudendo dei morti!" ?
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