Domenica 18 Novembre 2018
   
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Nicola Capozzi: 'La politica come passione'. Intervista al prof. Ottani

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Abbiamo rivolto alcune domande al prof. Ermando Ottani, docente di storia e filosofia presso il Liceo Scientifico Statale “Sante Simone” di Conversano e autore del libro dal titolo Socialismo e antifascismo a Gioia del Colle. Nicola Capozzi (Suma, Sammichele di Bari 2011).

L'intervista, prendendo le mosse dalla ricostruzione della vicenda di Capozzi, apre uno spazio di riflessione su un concetto della "politica" oggi quasi del tutto smarrito. Capozzi diviene simbolo di tanti uomini che, dotati di una levatura morale incomparabile, decidono di occuparsi della cosa pubblica non per professione o per un qualche interesse particolare ma perché convinti di poter riscattare la propria comunità. Capire "da che parte sta la verità" e lottare per affermarla, con la giusta dose di "eretismo" di fronte alla "ragion di stato" e agli apparati burocratici dei partiti.

Copertina Capozzi

Per chiunque fosse interessato ad acquistare il volume del prof. Ottani, ci permettiamo a fine articolo di indicare i punti vendita.

Qual è il tratto peculiare della figura di Vito Nicola Capozzi?

«Vito Nicola Capozzi (1889-1976) non fu mai un vero e proprio professionista della politica, ma piuttosto un “militante di slancio e passione” del Partito Socialista, a cui aderì privilegiando il rapporto con i ceti popolari e le organizzazioni di movimento, soprattutto con la Lega dei Contadini (fondata a Gioia del Colle nel 1889). In realtà, questa era all’epoca la caratteristica peculiare di gran parte del socialismo italiano: infatti, nei primi del ‘900, tutti i giovani che aderivano al socialismo lo facevano sulla base di un istintivo e vigoroso slancio proletario a difesa delle classi subalterne, che versavano in condizioni di vita e di lavoro caratterizzate da totale sfruttamento e miseria. Molti di loro erano condizionati, nel loro operare, dall’illusione (di certo anche il Capozzi) che prima o poi questa realtà di miseria e di sfruttamento sarebbe emersa in tutta la sua cruda brutalità, dimostrando “da che parte stava la verità” e costringendo le classi dominanti a cedere il potere. Nel Psi tutto ciò si traduceva in una forma partito e in un modo di far politica caratterizzati da un approccio, a volte idealista e quasi deamicisiano, che privilegiava il contatto diretto con le masse rispetto all’azione mirata di un partito coeso e strutturalmente organizzato. Anche se gli anni del primo dopoguerra metteranno in evidenza la grave inadeguatezza di questa visione movimentista ed epica della lotta politica, è giusto ricordare e valorizzare la sincera onestà intellettuale e la straordinaria passione che spinsero decine di migliaia di militanti socialisti, fra cui lo stesso Capozzi, a spendere con coraggio la loro gioventù e gran parte della loro vita a difesa dei diritti delle classi più povere e per l’effettivo ampliamento della democrazia.

E’ giusto, poi, ricordare la radice etico-morale, prima ancora che politica, della personalità di Vito Nicola Capozzi. Il rifiuto di ogni ipocrisia si coniugò in lui con un profondo rigore morale nelle scelte di vita, che lo portò a superare divergenze ideologiche, rancori o, addirittura, sentimenti di odio laddove nella pratica anche dei propri avversari si poteva scorgere almeno un po’ di umanità. Ad esempio, quando incontrerà, dopo la sconfitta del fascismo, nel settembre del 1943, Giuseppe Buttiglione, ultimo segretario gioiese del Partito Nazionale Fascista, egli avvertirà l’impulso morale di non infierire sul nemico che l’aveva umiliato e perseguitato per tanti anni.

La complessità del personaggio-Capozzi emerge proprio nell’intreccio tra la comprensione di fronte all’umanità che si rivela e la fermezza morale di principi che devono valere, sopra ogni cosa e prima di tutto, per le proprie scelte di vita. In generale, si può dire che l’eredità culturale di Capozzi è un invito a vivere la vita per ciò che le da veramente significato: coltivare la speranza in un mondo migliore e lottare per esso con il coraggio di un uomo libero. Proprio per questo motivo, in un momento storico in cui spesso chi alza la voce sembra farlo solo per perseguire interessi personali, la figura di Capozzi ci ricorda che sono gli ideali di giustizia e di solidarietà sociale a dare senso e significato alla storia di una comunità».

Il rapporto di Capozzi con il Psi?

«Capozzi fu protagonista del dibattito che animò il socialismo pugliese e il movimento sindacale negli anni precedenti e dopo il primo conflitto mondiale: fin capozzi--vito-de-bellisdall’inizio, si batté con vigore contro lo strapotere dei ras locali, fra i quali spicca l’on. Vito De Bellis (nella foto a destra), uno dei più noti rappresentanti del giolittismo nostrano e capofila riconosciuto dei primi “mazzieri” pugliesi; promosse e organizzò le lotte “per il pane e il lavoro” dei contadini poveri e dei braccianti in tutta la Terra di Bari, favorendo con tenace impegno l’affermazione delle tendenze unitarie del movimento; svolse all’interno del Psi e delle organizzazioni di movimento un’azione costante e decisa contro la guerra e la corruzione; collaborò a giornali e riviste del Psi, fornendo importanti contributi in alcuni ambiti di rilievo politico-programmatico (organizzazione del partito, valori e democrazia, riforma agraria e sviluppo, ecc.).

Nel 1919 venne nominato segretario della Federazione Provinciale Socialista e mantenne questa carica fino al 1924: sotto la direzione di questo “vulcano in eruzione”, come venne definito Capozzi nel 1920 dall’Avanti, la Federazione Socialista barese arriva a più di 2000 iscritti, con 40 sezioni in tutta la provincia, esercitando inoltre una funzione di governo nelle amministrazioni di 14 comuni tra cui Conversano».

Proprio nel '24 arriva la rottura con i socialisti e la scelta di aderire al Partito Comunista.

«Ritenendo che il Partito Comunista fosse più adatto a resistere alla repressione fascista, Nicola Capozzi confluì nel Pcdi e Palmiro Togliatti siglò personalmente la sua nomina a fiduciario per la Regione Puglia e a primo segretario provinciale del Pcdi. Successivamente e soprattutto a partire dal 1925, dopo il delitto Matteotti e la svolta dittatoriale di Mussolini, il fascismo strinse sempre di più la sua morsa repressiva nei confronti del socialista gioiese. Dopo la caduta del fascismo, quando si potrà ricostruire il triste bilancio di drammi personali (innanzitutto, nel 1929, la morte della prima moglie e del figlio durante il confino a Ponza), di privazioni e umiliazioni patite, si dovrà registrare che, nel corso di tutto il ventennio, la dittatura fascista aveva celebrato contro un uomo che non aveva fatto del male a nessuno undici processi, di cui uno solo conclusosi con una condanna. Nonostante ciò, a Capozzi vennero complessivamente inflitti dieci anni di confino, quasi tre anni di carcere e cinque mesi di internamento, senza contare i cinque anni di libertà vigilata.

Capozzi-divittorioPrima della fine della guerra, Nicola Capozzi confermò la sua iscrizione al Pci e, anche se rifiutò nel 1948 l’invito del suo amico Peppino Di Vittorio (nella foto a sinistra) a candidarsi nelle liste del Fronte del Popolo, si impegnò alla rifondazione della sezione comunista gioiese. Sarà poi lo stesso Capozzi a rileggere, in seguito, quella scelta come “un vero errore politico”.

Nel luglio del 1944, in quota al Pci, Capozzi venne nominato dal prefetto di Bari deputato provinciale. In particolare, gli atti della Deputazione Provinciale testimoniano dell’impegno profuso per la Terra di Bari e per le fasce più deboli della popolazione, con una specifica attività rivolta a favore dei bambini “illegittimi”, purtroppo in quegli anni molto numerosi.

Alla fine degli anni Quaranta, in un clima segnato dalla miscela esplosiva contraddistinta dalla “lotta per il pane e il lavoro” e dallo scontro ideologico della “guerra fredda”, la conflittualità sociale e politica tornò a livelli elevatissimi e, in tale contesto, Nicola Capozzi venne espulso dal Pci, perché ne contestava i metodi stalinisti. Scelse di continuare la sua battaglia a fianco degli oppressi nelle file di una lista dissidente e alternativa (il Movimento Lavoratori Italiani), capeggiata da Valdo Magnani e Aldo Cucchi, due ex deputati del Pci che contestavano il concetto dell’Urss come stato guida e affermavano la necessità di una via nazionale al socialismo. I due furono, ovviamente, espulsi dal partito dopo aver subito durissimi attacchi dai dirigenti del Pci e, durante la campagna per le elezioni provinciali del 1952, anche Capozzi subì il medesimo linciaggio morale; ma egli, senza ribattere alle offese, si limitò ad una azione propositiva, ottenendo oltre 2400 preferenze, che non gli garantirono l’elezione, ma sicuramente una chiara vittoria morale.

Dopo i tragici fatti di Ungheria e la confluenza di Magnani nel Psi, anche Capozzi, nel 1957, compì la stessa scelta, rimanendo però di fatto marginalizzato, negli anni seguenti, per il suo intransigente atteggiamento “ereticale”».


Il legame con l’on. Di Vagno?

«Capozzi era legato da profonda amicizia a Peppino Di Vagno e condivise con lui molte battaglie. Ne vorrei citare almeno due: la lotta contro la guerra, per l’affermazione di un pacifismo democratico e non violento (battaglia che dovrà fare i conti con tendenze interventiste molto forti anche nell’area socialista – ad esempio con il cosiddetto interventismo democratico di Salvemini e dei fratelli Rosselli) e, in secondo luogo, la dura battaglia interna al Psi barese, che portò nel 1919 alla temporanea espulsione di Giuseppe Di Vagno dal partito.

Capozzi-fonogramma-divagnoNei suoi ricordi di “perseguitato politico” (gennaio 1964), Nicola Capozzi rievoca, in particolare, un episodio legato alla figura di Giuseppe Di Vagno. L’episodio è abbastanza importante perché rivela, da un lato, il clima di violenza generalizzata che affliggeva la realtà pugliese e, dall’altro, perché fa emergere chiaramente la premeditazione dell’agguato che costerà la vita all’on. Di Vagno.

In estrema sintesi, la narrazione dell’episodio si può riassumere in questo modo: il 18 settembre 1921 Peppino Di Vagno, partendo da Conversano col suo calesse, si recò a Casamassima per tenervi un pubblico comizio. Qui, l’on. Di Vagno incontrò Nicola Capozzi, il quale lo attendeva presso la piazza principale un’ora prima dell’inizio del suo intervento. Mentre i due stavano conversando, una guardia municipale interpellò il deputato conversanese. Dopodiché questi confidò a Capozzi che, terminato il comizio, sarebbe ripartito per Bari col treno e non più col calesse, in quanto il commissario «lo aveva consigliato di non ritornare a Conversano, poiché era corsa la voce di un agguato sulla strada di Conversano, da parte dei fascisti».

Una settimana dopo, il 25 settembre 1921, l’on. Di Vagno si recherà, come è noto, a Mola di Bari, dove sarà il bersaglio, secondo le parole di Capozzi, di un agguato tesogli «da una squadraccia di fascisti, tutti giovani, provenienti da Conversano, i quali, senza proferire parola, gli spararono addosso molte rivoltellate».

Così come a Conversano e in tutta la Terra di Bari, anche a Gioia del Colle la protesta popolare contro l’assassinio dell’on. Peppino Di Vagno trascinò in piazza migliaia di persone, assumendo in questa cittadina un significato del tutto particolare. Infatti, Cassano Tommaso di Paolo, appartenente ad una delle più ricche famiglie di Gioia, venne indicato, nel rapporto del prefetto Olivieri, come “uno degli organizzatori principali della spedizione dei fascisti conversanesi”».

Quale evento può rappresentare emblematicamente l'impegno di Capozzi in favore delle lotte dei braccianti pugliesi?

«Sicuramente l'eccidio di Marzagaglia, uno degli episodi più significativi della conflittualità che caratterizzò il “biennio rosso” (1919-1920) nel meridione Capozzi-masseria-girardid’Italia. La narrazione di quel tragico evento, che provocò il 1° luglio 1920 la morte di sei braccianti vittime di un agguato padronale presso la masseria Girardi in contrada Marzagaglia (a 7 km da Gioia del Colle, nella foto a sinistra) e di tre proprietari ammazzati per rappresaglia dai contadini nella notte fra il 1° e il 2 luglio, e della vicenda processuale che ne seguì, evidenziano il divario tra il vecchio sistema di potere delle classi dominanti, da una parte, e i processi di cambiamento, che provenivano dalla nuova domanda di partecipazione delle masse popolari e del movimento bracciantile, dall’altra.

Del resto, gli agrari pugliesi avevano sperimentato, già nel primo conflitto mondiale, un modello di conservazione del potere fondato sulla violenza organizzata, favorendo la svolta autoritaria e liberticida dello Stato contro chi si opponeva alla guerra, e riproposero tale modello nel primo dopoguerra contro il movimento bracciantile, che invece voleva siglare un nuovo patto sociale, orientato a garantire ai contadini una carta di diritti più ampia e una più equa redistribuzione della ricchezza.

Capozzi respirò, “a pieni polmoni”, l’aria delle lotte bracciantili e tentò con tutte le sue forze di indirizzare, secondo una pratica non violenta, il movimento verso il raggiungimento dei suoi obiettivi di giustizia sociale, contrastando la linea insensata degli agrari che negavano la legittimità del diritto all’esistenza di questo nuovo soggetto sociale e politico, il movimento bracciantile appunto, in grado di avanzare una proposta e una piattaforma rivendicativa su cui perlomeno aprire un confronto.

L’eccidio di Marzagaglia ebbe notevoli ripercussioni sulla vita di Nicola Capozzi, che venne arrestato e incarcerato con l’accusa di essere stato uno dei maggiori istigatori degli assassini consumati dai contadini e poi, dietro la spinta del movimento popolare, liberato nell’agosto del 1920.

Da un punto di vista storiografico, anche nel contesto biografico di Capozzi, le dinamiche dell’eccidio di Marzagaglia e della risposta popolare, unitamente al dibattito rovente che coinvolse istituzioni, partiti e giornali nazionali, anche sull’evoluzione e l’esito dell’iter processuale, forniscono una fotografia coinvolgente e paradigmatica dei conflitti di classe che animarono la Puglia negli anni durissimi del primo dopoguerra».

 

Punti vendita

• Bari: librerie Laterza, Roma, La Goliardica, Egafnet

• Gioia del Colle: librerie Minerva, Arcadia, Aretusa, Librelulla, Agorà, Pegaso, Curione, Carmen; edicole Dafne, Eureka, Il Giocattolaio

• Sammichele di Bari: Suma editore, cartoleria Fortunato, Casa In

• Noci: libreria Trisolini

• Acquaviva delle Fonti: libreria Stella

L’Istituto Pugliese per la Storia dell’Antifascismo “Tommaso Fiore” e l’Associazione “Libertà e Giustizia” hanno presentato pubblicamente il libro di Ottani venerdì 20 gennaio 2012 presso il Chiostro del palazzo Comunale di Gioia del Colle. A questa prima presentazione ne è seguita poi un’altra, il 27 gennaio 2012 in occasione del Giorno della Memoria, presso il Liceo Scientifico Statale “R. Canudo”, sempre a Gioia del Colle.

Commenti 

 
#2 beppesav 2012-02-25 17:20
grande esempio di rettitudine, il suo esempio è attualissimo anche per i nostri tormentati giorni che viviamo.
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#1 Gianvito F. 2012-02-24 21:06
Grande prof :-)
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