Lunedì 12 Novembre 2018
   
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IL VOLONTARIO: INTERVISTA A MARIO PATRICELLI

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'La realpolitik non va mai d'accordo con l'etica'

A chiudere le iniziative conversanesi in onore del Giorno della Memoria, l’associazione I Presìdi dei libri, lo scorso giovedì, ha preparato l’incontro con Marco Patricelli, docente di Storia dell’Europa contemporanea, autore del volume Il volontario, edito Laterza. Abbiamo colto l’occasione per porre qualche domanda al professore.

Dalla copertina: «È l’unico ad essersi fatto rinchiudere volontariamente ad Auschwitz e tra i pochi ad essere riuscito a evadere. Ha combattuto il nazismo ed è finito stritolato tra le fauci dello stalinismo. Questa è la storia del ‘più coraggioso tra i coraggiosi’».

Il motivo del suo interesse per la figura di Witold Pilecki?

L’interesse nasce dal fatto che questa è una storia straordinaria con delle venature difficili da comprendere. Un uomo che mette in gioco tutto senza avere nessun obbligo se non quello morale: relazionare al mondo esterno quello che accadeva ad Auschwitz, da cui filtravano poche voci ma tutte inquietanti, e creare una rete di resistenza che possa aumentare le chances di sopravvivenza dei deportati. Ancora più incredibile è che tale atto di gratuito coraggio sia stato soffocato da motivi ideologici e non sia mai riuscito a varcare le porte dell’Occidente. Nella stessa Polonia, due generazioni non hanno mai saputo niente su Pilecki, perché era vietato parlarne.

Il volontario conferma ulteriormente che si conoscevano bene le storture consumate dal regime nazista.

Pilecki ha un merito storico, il suo è il primo rapporto in assoluto su Auschwitz. Questo rapporto, che risale al Novembre 1940, nel Marzo del 1941, via Stoccolma, arriva a Londra dove è letto e valutato. La valutazione, oggi, ci suona macabra: “quello che c’è scritto è esagerato”. Non si riusciva a credere che l’uomo potesse arrivare a tali aberrazioni.

Non si poteva credere o era più conveniente archiviare tutto come “voci esagerate”?

La realpolitik non va mai d’accordo con l’etica. Si scelse di sconfiggere prima militarmente la Germania e poi di agire sull’arcipelago nazista diffuso nel cuore dell’Europa. È chiaro che per noi contemporanei appare una scelta censurabile, ma non dimentichiamo che ragioniamo ex post.

Citando un suo precedente lavoro, I giorni della vergogna, qual è il limite tra memoria condivisa e memoria manipolata?

Il confine è nella coscienza e nella conoscenza. La conoscenza è la condizione sine qua non su cui la coscienza si muove per interpretare i dati storici.

A proposito d’interpretazione, nell’ottica del revisionismo, oggi sembra possibile spendere una buona parola per tutti. La sua posizione?

Il lavoro dello storico è per definizione revisionista, egli deve ‘rivedere’ ciò che è accaduto nel passato cercando nuove chiavi di lettura. Ovviamente, non va oltrepassato il confine della manipolazione, mai spacciare il particolare per il tutto. Ad esempio, se diciamo che i repubblichini erano tutti criminali e i partigiani tutti idealisti, commettiamo un falso storico: fermo restando che si sa da che parte è la ragione, sappiamo anche che c’era una percentuale di criminali, avventurieri e opportunisti tanto tra i repubblichini quanto fra i partigiani.

Il senso del Giorno della Memoria?

Vorrei precisare che questa non è la promozione di un libro, che rientrerebbe nelle operazioni di marketing; al contrario è il piacere di raccontare una storia in grado di aprire uno squarcio sulla più generale tragedia nazista. Allora, l’importanza di questi appuntamenti sta nella conoscenza che, come dicevamo prima, è condizione indispensabile per un’interpretazione storica coscienziosa.

 

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