Domenica 18 Novembre 2018
   
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IL LIEVITO DEL SORRISO DI LESTINGI, RACCONTI

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Ci permettiamo di proporvi qualche considerazione sull’ultima pubblicazione del professor Franco Lestingi nella convinzione, o presunzione, che l’incontro con questo volume possa essere di una qualche utilità per l’intero corpo docente e non. È vero che, negli ultimi giorni, s’è detto che il nostro personale scolastico è il migliore; tuttavia, non è forse vero che c’è sempre modo di raggiungere insperati traguardi?

Come avviene per i buoni libri, la gran parte dei significati s’addensa nel titolo. E l’ultima fatica, o meglio divertimento, di Franco Lestingi – Il lievito del sorriso. Racconti di classe – non fa eccezione. Il professore c’invita a riflettere, in un’insolita analisi grammaticale, su quel ‘di classe’. Potrebbe definirsi come complemento di specificazione: racconti ‘della classe’. Una buona fetta degli scritti ha il profilo di quadretti di vita scolastica dipinti dal professor Clemente Pazienza (omen in nomen…) intento a crescere, lievitare, insieme ai suoi ragazzi, sorridendo (e non deridendo) delle sviste ortografiche o degli errori grammaticali. Oppure ci troviamo di fronte ad un complemento di origine e provenienza: Lestingi, infatti, in alcune storie cede la penna ai suoi stessi alunni in una sorta di permanente laboratorio di scrittura creativa. ‘Di classe’, poi, è anche complemento di fine, giacché il professore spiega che: “Nella mia esperienza di docente ho scritto alcuni racconti intesi come spunti attraverso cui i ragazzi potessero cimentarsi; le esercitazioni grammaticali e le letture antologiche a volte possono apparire fredde e anonime, inducendo i ragazzi ad un approfondimento solo superficiale. Se, invece, ci si mette in gioco in prima persona i risultati non tardano. E, infine, ‘di classe’ come un più che meritato complemento di qualità.{gallery}gallery/2010/lestingi{/gallery}

Il libro è idealmente diviso nel triennio di scuola media trascorso nella classe Elle. L’anno in prima Elle vede come ambientazione Borgogioiso: “Città immaginaria, dirai. Non posso negarlo. Però, se provi a togliere il filtro dell’invenzione nominale, la troverai vera”. Un puzzle di favole, rielaborazioni dell’apparato mitologico, polisemia della lingua (Caravella si trasforma in Caramella aprendosi ad un divertito apologo sul pulcino Cristoforo); sdrammatizzazione dei classici (il dubbio di Amleto diventa tra la “è” verbo e la “e” congiunzione).

Tra una storia e l’altra, con il patrimonio della letteratura piegato al gioco combinatorio di interesse semiologico e strutturalista, si arriva a L’anno in seconda Elle con il suo eloquente sottotitolo: Errori ed ERRORI. Nella prima sottosezione, entra in gioco la nozione dell’errore creativo. Galeotto fu l’angelo Michele che “Scrisse male i suoi appunti, e finì per dotare i nostri prototipi anziché d’intelligenza e di saggezza di inteliggenza e di saggiezza”… “E la frittata fu!”… S’invera la profezia di Gianni Rodari: “In ogni errore giace la possibilità di una storia”, è opportuno dunque mutare l’adagio “Sbagliando s’impara” in “Sbagliando s’inventa”. Nozione esemplificata da quei binomi fantastici della Grammatica della fantasia: “Inventare storie, prendendo spunti narrativi da accoppiamenti casuali di parole – semanticamente lontane tra loro –per sollecitare l’immaginazione a costruire un insieme fantastico in cui i due elementi estranei possano convivere in modo divertente”.

Si tratta di dare credibilità alle enormi potenzialità pedagogiche e didattiche dell’uso del pensiero laterale (divergente creativo), troppo spesso soffocato dal pensiero verticale (logico deduttivo). Lungi dalla retorica proposta de “la fantasia al potere”, si palesa il ben più “modesto” tentativo di accreditare la complementarietà dei due tratti costituitivi il nostro intendere. In ERRORI, invece, si passano in rassegna non più le gaffes d’ortografia o di grammatica ma quelle più pericolose, sociologiche e comportamentali, di forma mentis. Borgogioioso cede il passo a Grillonia, recrudescenza della “Fattoria degli animali”, dove la libertà conquistata ben presto si trasforma in dittatura di “maiali” o, come nel nostro caso, di poco accorti grilli. La pochezza degli stereotipi, l’omologazione modaiola a fragili punti di riferimento, la bidimensionalità della società dello spettacolo (sublime connubio di Marcuse e Debord), l’autoconsumo culturale, l’omertà, la frenesia, l’intolleranza o l’eccesiva tolleranza. Tutti aspetti di un unico problema: la difficoltà a costruire l’invocata “rete” che tutto unisca in una sinergia d’anime elettive, pur preservando le peculiarità dei singoli.

A conclusione, L’anno in terza Elle, orientato verso i generi umoristici, dalla scrittura demenziale a quella ironica. Due esempi per tutti: si partorisce un almanacco sotto l’egida dell’Associazione Maghi e Astrologi di Bari Vecchia in un’evidente parodia dei comuni oroscopi e si sfornano ricettari, improbabili formulari magici atti a combattere ogni evenienza (tranne il pettegolezzo…).

Volendo tirare le somme, a nostro avviso, il volume presenta una messa in discussione del coevo “modello scuola”, svilito dai continui saldi di fine stagione, dalla sempre più evidente remissività dei docenti che, “presi per stanchezza” pur di non trovare intoppi nello svolgimento della “programmazione-bolla ministeriale”, pur di essere felici di anticiparsi, di essere arrivati prima ancora di partire, abdicano al ruolo pedagogico per trasformarsi in “contabili da fine mese”. Ma, a ciascuno il suo: va costatato che un ruolo non marginale lo riveste la nuova compagine di studenti resi abulici dall’assenza di opportuni stimoli creativi, esiliati in un mondo artificiale che li scinde sempre più da quello reale, finché l’esperto di turno può etichettarli, supportato da un ecumenico plauso, come “casi difficili” – accettabile effetto collaterale e passepartout per avere un problema in meno. S’intenda, mai generalizzare.

Il volume è chiuso da una serie di immagini, delle quali vi mostriamo un campione, più eloquenti di tutte le parole fin qui utilizzate.

 

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