Mercoledì 14 Novembre 2018
   
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MEDEA SALVATA DAL ROGO? DAL 10 AL 13 MARZO

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La Compagnia di Marienbad recita ombre e verità delle madri figlicide

Dal 10 al 13 Marzo, la Compagnia di Marienbad metterà in scena il testo di Grazia Verasani, From Medea. L’adattamento è a cura dell’attore e regista Pasquale D’Attoma Fanizzi, aiuto regia Niky D’Attoma, studio scenografico di Francesco Arrivo.

Quattro atroci storie di figlicidio raccontante da altrettante madri – interpretate dalle ottime Lilly Abbruzzese, Isabella Labate, MariaGrazia Lestingi, Anna Longano – rinchiuse in un ospedale psichiatrico giudiziario in attesa di “riabilitarsi”. Lo spettacolo si svolgerà all’intero dell’Associazione in Corso Umberto 40, virando – in linea con la consuetudine teatrale mitteleuropea – verso un teatro off, sotterraneo o meglio indipendente, che non paga pegno a nessun burocrate della cultura intento ad intonare il de profundis della riflessione e a gratificarti-incantarti con un caleidoscopio afasico e democraticamente low-cost. È sempre più raro assistere a manifestazioni che, lungi dall’utile borghese, pensino a sollecitare le coscienze. Manifestazioni che non si fermano alla performance d’una sera, ma intrecciano un dialogo duraturo. E, quando questo accade, s’archivia il tutto come “iniziative esibizionistiche”, raffazzonate solo per dare un po’ di from_medeascandalo. Niente di nuovo, il coraggio della libertà, la coerenza e l’onestà intellettuale devono sopportare anche il chiacchiericcio della pochezza. Ennio Flaiano ne sapeva qualcosa: “Niente di più triste di un artista che dice: "Noi pittori", oppure: "Noi scrittori"; e sente la sua mediocrità protetta e confortata da tutte le altre mediocrità, che fanno numero, società, sindacato”.

Volendo riassumere il senso della proposta di Pasquale D’Attoma Fanizzi, diremmo che chi parteciperà a questo work in progress, verrà sprofondato in un carcere. Non mera detenzione fisica, bensì prigionia psichica abilmente creata dall’esperienza dello scenografo Francesco Arrivo. Appena entri, consegni i tuoi effetti personali e ti perquisiscono l’anima affinché nessuna lama, daga o “pietraia dei greti”, sia nascosta; non hai forse accettato e lottato per la certezza della pena? Frasi tratte dai libri delle “madri di cristallo”, finestre-immagini attinte allo spazio mentale di sospensione d’evo irreale, pozzo matrilineare profondo millenni: non lo spessore dei mattoni di cemento, delle sbarre di ferro, delle chiavi che volgari strusciano l’anca del tuo carceriere; semmai emblema claustrofobico e rarefatto, fiato corto e ansante.

Giri la testa, confuso, e i tuoi occhi filtrano due putti – ti ricordi che per essere angeli bisogna cadere? Scavati al centro, non hanno viscere. Puro spirito che acceca per eccesso d’assenza, bianco che dovrebbe coprire la cicatrice e invece si svela èidolon della colpa. Flusso d’impossibili rimorsi e rammarichi annunciati, palinodia non ascoltata – l’apocalisse, il cortocircuito è qui ed ora, Kohèlet – colui che è abortito e abortisce – sei tu. Ogni particolare sfuma. Tutto si stratifica – errore si somma ad errore, conversione a dannazione: contrari che non s’annullano ma moltiplicano. Tutto s’accumula come osso di seppia, semata-stele-simulacro su cui c’è traccia di tutti, ché il vero artista vive di contaminazione, di veggente risonante animismo. E non sai più bene cosa sia in primo piano. Non sai più bene se esista un primo piano. Buio.

Inizia il sibilo della pellicola di voci e gesti: le confessioni di assassinio brutale del proprio figlio sono rivolte a te spettatore. Sei tu a dover reggere le schegge di quattro ombre che, irrispettose, invadono lo spazio vitale del tuo rassicurante buon senso comune. “Forme da riempire”, in una rapsodia lacerata, ti raccontano, soffocandoti a distanza d’un palmo, quello che pensi ma non dici, perché è peccato: una madre-madonna, l’istinto materno lo deve portare scolpito sulla fronte. Da sempre svezzata ad apparecchiare le sue bambole e indossare il saio della sopportazione, è icona di sacra bontà.

Ma, alla fine il teatro è catarsi: alleggerita tre quarti della tua anima, uscirai da questa “gabbia” con la convinzione d’aver conquistato un pezzo di consapevolezza che – ci si augura –vorrai condividere. Abbandonato il pregiudizio dell’abito da prima comunione, saprai guardare queste “madri comuni” per quello che sono: “carnefici innocenti” dell’isolamento, “mostri” creati, fagocitati e digeriti da una società sempre più liquida, leggera.

Per informazioni e prenotazioni, contattare il numero 333.25.17.429

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