Venerdì 16 Novembre 2018
   
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I TRAVESTIMENTI DI DON GIOVANNI

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Non v’è dubbio che il fascino, l’aura misteriosa che circonda l’icona di Don Giovanni è da ricercare nel suo travestirsi, nel suo essere sfuggente non solo rispetto alle donne che inganna, ma soprattutto nei confronti di chi ha cercato di definirlo, costringendolo nei valori tassonomici, reticolari, dell’identità. Ogni volta che si pensa di averne ricostruita una fisionomia accettabile, el burlator fa una piroetta in tutta fretta e svicola nottetempo in un altro letto – in un altro romanzo, racconto o dramma – inverando la profezia scandita nel rifacimento mozartiano: «Donna indarno gridi, chi sono io tu non saprai». Pur consapevole, dunque, dell’impossibilità di inquadrare univocamente questo personaggio, Massimo Gaudiuso nel suo seminario, intitolato appunto I travestimenti di Don Giovanni, ha provato a fornire alcuni spunti d’analisi per comprendere come mai, a detta di George Steiner, si possa guardare a Don Giovanni come all’unico mito che la modernità è riuscita a costruirsi; l’unica proiezione che ‘parla di noi e con noi’. A dargli man forte, in questo labirinto, i due attori Pasquale D’Attoma e Loris Leoci.

Inevitabile iniziare dalla vulgata, dal Don Giovanni “aggettivo”, com’è rappresentato fin da L’ingannatore di Siviglia di Tirso de Molina: il riduttivo e scontato topos del tombeur de femmes che – magari nello spogliatoio della palestra o al tavolo del bar – si vanta, pietosamente, di passare da una gonnella all’altra. Il collezionista di donne, che prova piacere ad aumentare giorno dopo giorno l’elenco delle sue conquiste.  Evidentemente, eccessi d’autostima a parte, se Don Giovanni fosse solo questo, sarebbe davvero difficile perorare la causa di Steiner e comprendere – pur trovandoci in una società edonistica e narcissica, innamorata dei propri successi – perché questo personaggio continua ad affollare il coevo immaginario collettivo. E ancora, l’innocenza della labirintite sessuofila – suvvia un peccato veniale – merita l’atroce fine dell’esser sprofondato nell’inferno? Per rispondere a queste domande, Gaudiuso, scartabellando l’enorme mole dellaseconda cellulosa dedicata al conte, costruisce un piccolo sillogismo in tre tappe.

Don Giovanni seduttore.

Pasquale D’Attoma e Loris Leoci rispolverano le pagine di Molière, illuminando la filosofia che soggiace al concetto di seduzione: «Non c’è niente di più dolce del trionfo sulla resistenza di una bella creatura, e in questo campo ho la stessa ambizione dei conquistatori […] Mi sento un cuore capace di amare tutta la terra e, come Alessandro, vorrei che ci fossero altri mondi per poter estendere le mie conquiste amorose». Una vera dichiarazione di guerra al gentil sesso, pericoloso transfert nel seduttore stratega. Ora, due sono le concezioni dell’amore che alimentano la tradizione occidentale: quella cristiana, che intende l’amore come “armonia”e solidarietà, e l’eros platonico, forza che in una continua tensione riunisce due metà perfette, in un percorso ascensivo. Don Giovanni nella sua “lezione del seduttore” propone un terzo polo che cortocircuita il comune sentire, svela quello che non si osa ammettere per pudore: la conquista amorosa è “polèmos”, guerra, strategia per soggiogare, sottomettere e conquistare la preda. Una questione d’istinti primordiali.

terzaDon Giovanni ateo.

Qui, Gaudiuso si riferisce ai testi precedenti quello di Tirsio de Molina aventi come protagonista il Conte Leonzio, allievo del Machiavelli. «Credo che due più due fa quattro, credo anche che quattro più quattro faccia otto». Questa la parola-verità, la gnoseologia del seduttore-guerriero. Nessun condizionamento da parte di qualsivoglia morale o religione – che, come insegnava Machiavelli, devono restare separate – grasse risate sulle superstizioni che accecano l’uomo. L’unica forma di conoscenza accettabile è di stampo empirico. Questo è materialismo da rogo, idee pericolose che 'osano' arrogarsi il privilegio di disseminare i germi dell’anatema, della sconfessione di Dio.

Don Giovanni libertino erudito

Ancora il rifacimento di Molière viene in soccorso. In una tirata, che riprende la censurata commedia Tartufo, un Don Giovanni reo per quartaconvenienza si spende in un’arringa che inchioda la falsità dei ‘devoti per circostanza’: «L’ipocrisia è un vizio alla moda, e tutti i vizi alla moda passano per virtù»; «Ho trovato il modo per fare impunemente quello che voglio, mi ergerò a censore delle azioni altrui» […] «È così che un uomo intelligente si adegua ai vizi del proprio tempo». Tacendo per un attimo il richiamo, in chiave esasperata e provocatoria, al motto machiavelliano del mezzo che giustifica il fine, quello che va rilevato in tale lettura è l’emergere di Don Giovanni come Prometeo della libertà: il seduttore ateo, incurante dei dogmi religiosi, della morale corrente, avvizzita dal perbenismo, ripone tutte le sue forze, la sua grandezza, nella libertà di pensiero, in quel dono del fuoco che affranca dalla paura dell’altrui giudizio. Infatti, come ama dire Del Corno, mentre l'eroe tragico decide ‘liberamente’ la sorte che gli è ‘necessariamente’ assegnata dal mito; la grandezza (o inconcludenza) dell’eroe moderno sta nella prerogativa di definire i tratti della propria individualità con un atto della volontà (o in altre fattezze, con un’inerte testimonianza).

Il convitato di pietra

Per concludere, per quanto precaria possa essere ogni conclusione quando si parli de El burlator de Siviglia, sarebbero queste tre facce – il seduttore-stratega, l’ateo-laico e il libertino-Prometeo – a rendere Don Giovanni un mito attualizzabile e spendibile ai nostri giorni. Sarebbero queste tre facce a garantire l’inferno per mano del “convitato di pietra”. E, da quest’ulteriore simbolo, il labirinto ricomincia, avviluppandosi in infinite elucubrazioni interpretative. Ci limitiamo a segnalare l’ipotesi che più ci ha convinto: il convitato di pietra – la pesantezza della legge scolpita sulla pietra che costringe Don Giovanni a una luciferina caduta al contrario (dalla terra all’inferno) – sarebbe il dio invidioso che, novello Narciso, rimiratosi nello specchio-Don Giovanni, non può tollerare chi, sprezzante del timore della morte, osa imitare il suo gioco capriccioso. Non possono esserci due divinità – il politeismo, rimpiazzato dal divertissement della Trinità, ufficialmente è stato bandito dalla schiera dei ‘timorati del padre’ – e a farne le spese è proprio Don Giovanni. Se questo è vero, come suggerisce Ezio Sardella, condannando Don Giovanni si condanna Dio.

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