Lunedì 12 Novembre 2018
   
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CANTARELLA: OMERO ALL'ORIGINE DEL DIRITTO

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Lector in fabula, contenitore culturale organizzato dal Presidio dei libri e dalla Fondazione Di Vagno, si pregia dell’ennesimo ospite d’eccellenza: Eva Cantarella, professoressa ordinaria di Istituzioni di Diritto romano e di Diritto greco, presso la Facoltà di Giurisprudenza dell’Università di Milano, ma soprattutto esperta grecista che ha collaborato ai ragionamenti della filologia classica con una serie di saggi.

Dopo aver contribuito a smontare il topos dell’eroe monolitico, analizzando i molti loci dei testi omerici in cui gli eroi, piuttosto che interessarsi alla conquista dell’areté (virtù) si esibiscono in plateali e patetiche messinscene del proprio dolore; Cantarella, in “Sopporta cuore… La scelta di Ulisse” – edizioni Laterza – decostruisce anche l’assunto dell’incapacità dell’uomo all'autodeterminazione, di concepire una propria autonomia morale, distinguendo i concetti di “colpa” e “responsabilità”.

Il discorso si fa complesso ma, assicura la studiosa, è comprensibile anche da chi sia a digiuno di diritto. La domanda d’apertura è tutta racchiusa in “un problema tecnico-giuridico: Quando nasce il diritto in occidente?”. Ora, storicamente, si è concordi nell’affermare che la prima organizzazione politica, atta a produrre leggi, è da identificarsi con l’Atene del VII secolo, quando Draconte stabiliva che l’omicidio era da considerarsi reato punibile, istituiva tribunali competenti a giudicare comminando una pena diversa a seconda se si trattasse di atto volontario (giudicato dall’areopago e punito con la pena di morte) o involontario (giudicato dal Corpo giudicante dei cinquantun efeti e punito con l’esilio). Tuttavia, è evidente come alle spalle di questa prima formulazione, ci sia un’elaborazione progressiva, un’organizzazione stratificata della società che crea i presupposti della stigmatizzazione draconiana. Ebbene, l’operazione di Cantarella sta nel cercare di “usare i poemi omerici per capire se si possano trovare tracce della creazione di una nuova mentalità e di una nuova cultura del diritto. Mi è sembrato di poter trovare tali presupposti seguendo il tragitto di Ulisse”.

“Usare Iliade e Odissea come fonti del diritto, come fonti di conoscenza storica, non è abituale”. Secondo vulgata, Omero – sulla cui reale esistenza i dubbi non possono ancora essere sciolti – è stato relegato nel campo della pura inventio poetica; in realtà, Moses Finley ha riabilitato l’epos omerico a testimonianza di una realtà storica, intensa come descrizione di un mondo realmente esistito, della sua mentalità, religione, del patrimonio valoriale di cui era depositario. Insomma, in Omero sarebbe rintracciabile la “storia globale” di almeno quattro secoli (dal 1200 all’800 a.C.); la storia come vita di tutti i personaggi che hanno agito “dietro le quinte”, come ama affermare il medievalista Le Goff.

Fondamentale per il prosieguo del discorso, per assecondare l’evoluzione dalla necessità alla scelta, è la differenziazione tra cultura della vergogna e cultura della colpa. La cultura della colpa è funzionale alle società in cui esistono chiari divieti al comportamento dell’individuo, in cui sono introdotti dei codici che, per la tutela del patto sociale, ragionano nell’ottica del binomio reato-sanzione. In contrapposizione alla guilt culture, si pone quella della vergogna – studiata dagli antropologi americani, in particolare da Ruth Benedict, durante la guerra contro i giapponesi; e poi estesa da Dodds a Iliade e Odissea. Qui non sono annoverabili proibizioni giacché non esiste ancora un univoco “catalogo dei comportamenti”: tutto è relativo allo stato sociale cui si appartiene, lo stesso comportamento può essere lecito in alcuni casi e censurabile in altri. In questo tipo di civiltà, il baluardo della convivenza è presidiato dalla trasmissione di “modelli di comportamento”, exempla proposti dalla poesia aedica a tutti i membri del gruppo. Per gli uomini, all’interno di una società competitiva e non collaborativa, il virtuosismo coincide con la forza fisica e il coraggio; per le donne conta la bellezza, la fedeltà e l’obbedienza. Ciò che induce a cercare di adeguarsi al modello è, per l’appunto, la vergogna, nella sua dimensione interna – il senso d’inadeguatezza, di frustrazione psichica per non riuscire a raggiungere l’eroe – e in quella esterna – “demu phemis” – dirà Omero – la voce del popolo, la riprovazione del gruppo.

Ulisse sembra, in parte, proprio distaccarsi da questo schematismo, introducendo una forma di “nuova eroicità”. In primis, l’eroe del viaggio è l’unico a riassumere in se logos, intelligenza sublime, e metis, il senso pratico, l’astuzia nella dizione d’intelligenza concreta, basata sull’esperienza, di solito prerogativa delle donne. Poi, e questa è la chiave di volta, ha la capacità di controllare le proprie emozioni, di autodeterminarsi. Teoria in netto contrasto con l’assioma del filologo Bruno Snell il quale, partendo da presupposti linguistici – mancherebbe una parola per definire il corpo tout court – aveva immaginato l’uomo omerico privo di una coscienza unitaria del sé, e per questo non passibile di alcuna abilità decisionale. Il lavoro dei linguisti ha poi rilevato che, ammessa l’assenza del lessema, non ne deriva logicamente l’assenza del concetto, della percezione. Del resto, Ulisse dimostra inopinatamente la sua attitudine all’autocontrollo, alla scelta consapevole, ragionata e “giudiziosa”, in almeno due episodi: il piano per eliminare i pretendenti, una volta ritornato a Itaca, e la scrupolosa e premeditata strategia per liberarsi di Polifemo.

Dunque, l’individuo omerico, attesa la sua prerogativa, seppur in nuce, di controllare le emozioni, incomincerebbe a distinguere l’atto volontario da quello involontario. E Cantarella non ha dubbi sul fatto che si possa parlare di una “casistica delle situazioni involontarie”; fermo restando che, in tali circostanze è sì esclusa la responsabilità morale, ma non si è esonerati dalla responsabilità oggettiva, del fatto in sé. Non dimentichiamo che vige la civiltà della vendetta, l’onta è lavata con il sangue, non ha fatto ancora il suo esordio il sillogismo per cui si risponde solo di ciò che è premeditato. Quali le attenuanti secondo la giurista: lo stato d’ira (Patroclo nepios, da giovane, ha ucciso in uno scatto d’ira un suo compagno); gli ordini superiori (i dettami degli dei ma anche Achille che risparmia gli araldi inviati da Agamennone per sottrargli la schiava Briseide, unico caso in cui “l’eroe-macchina da guerra” dimostra di poter mettere a tacere la proverbiale “ira funesta”), la costrizione fisica e psichica (Penelope, incalzata dai proci, costretta a risposarsi). Cui si aggiunge l’errore nella duplice accezione di Ate, divinità dai “piedi molli” che cammina sulla testa degli uomini inducendoli alla reità; e l’amartema, che subisce uno slittamento semantico dall’iniziale significato di “sbagliare il bersaglio” a “errore colpevole”, commesso per imprudenza.

Siamo alla conclusione. Ulisse fa ritorno a Itaca, l’isola pietrosa, e – come in una delle sue tante traversate – interpreta il ruolo di traghettatore dall’inconsapevolezza (la cultura della vergogna e della vendetta) al libero arbitrio (la cultura della giustizia, ancora a corto raggio domestico). Nella strage dei proci, nonostante alcuni di essi siano stati rispettosi, nessuno verrà salvato. Per il momento, l’eroe continua ad essere solidale al “vecchio” sistema valoriale: è stato offeso e il “codice delle leggi non scritte” gli impone di lavare il suo onore per recuperare il suo status reale. Risparmierà, invece, l’aedo e l’araldo: nella sfera domestica gli è consentito il cambio d’abito; può vestire i panni dell’amministratore dei propri beni, del buon “padre di famiglia” – ci ricorda qualcosa? – ispirato alla giustizia, a quei principi etici, collaborativi, che scindono la “responsabilità” dalla “colpa” (si risponde delle proprie azioni solo quando si agisce volontariamente). Principi etici che, con la polis, diventeranno l’architrave del diritto.

Commenti 

 
#1 L4c4p4g1r4 2010-04-12 15:28
Belle iniziative; andrebbero pubblicizzate meglio
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