Mercoledì 21 Novembre 2018
   
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CGIL-CONVERSANO SI MOBILITA CONTRO LA MANOVRA

sciopero

 

Venerdì 25 giugno, anche la CGIL-Conversano parteciperà alla manifestazione provinciale, indetta dai vertici nazioni del sindacato, contro la manovra economica del Governo. Per chi volesse partecipare, è stato organizzato un pullman gratuito che partirà da Piazza Moro (nota ai più come Piazza Carmine) domani alle ore 8.00. A causa del numero limitato di posti, è preferibile confermare la propria adesione – anche telefonicamente – presso la locale Camera del Lavoro: 080/ 495.16.48 – Via Mazzini, 44.

Di seguito, vi proponiamo l’intervista rilasciata dalla Coordinatrice del Sindacato conversanese, dott.ssa Rossana Guglielmi.

Il Governo ha giustificato questa manovra come figlia della critica congiuntura internazionale. Perché protestare?

Siamo consapevoli di vivere in un momento economico-finanziario molto difficile per il nostro Paese e, parimenti, siamo consapevoli che siano necessari alcuni sacrifici. Tutti siamo chiamati a una solidale corresponsabilità, a dare il nostro contributo per il risanamento dello Stato e noi come CGIL non ci sottraiamo. Tuttavia facendo nostre le parole del Presidente della Repubblica – “Si ai sacrifici, ma con equità” – chiediamo che siano rispettati i principi ben noti ai nostri padri costituenti: “Tutti sono chiamati a concorrere alle spese pubbliche, in ragione della loro capacità contributiva”.

Quali secondo CGIL i punti contestabili della manovra?

La manovra del Governo, scegliendo di colpire solo i lavoratori, i precari e i pensionati, fa pagare il conto della crisi ai soliti noti. Non si chiede un euro alle fasce abbienti, agendo ad esempio sulla tassazione degli evasori, piuttosto che sulle rendite e sui grandi patrimoni. Aggiungiamo che vengono bloccati per tre anni gli stipendi e i rinnovi contrattuali per i lavori pubblici e che si congelano le carriere nella scuola, ipotecando buonuscita e pensioni.

A proposito di scuola e precariato?

S’impone al personale docente un surplus di sacrificio in un periodo già difficile, si veda il salasso imposto agli organici del personale A.T.A. e docente. Lo stereotipo dell’impiegato statale fannullone con stipendio da casta, nel mondo della scuola non trova alcun riscontro. In merito al precariato, si procede al licenziamento della metà dei precari in tutta la pubblica amministrazione, avvalendosi dei blocchi delle assunzioni e della riduzione dei contratti. E se ciò non bastasse, si paralizza il turn-over, a danno delle politiche occupazionali giovanili, questione su cui il sindacato si sta mobilitando da anni.

Cosa comporteranno i tagli a Regioni, Provincie e Comuni?

Una cospicua diminuzione delle risorse per sviluppo, servizi sociali, viabilità e trasporto, edilizia e opere pubbliche, nonché per gli incentivi alle imprese ed al mercato del lavoro. Altre iniquità sono un taglio del 10%, imposto alle Regioni, dei fondi per le aree sottosviluppate, il pesantissimo decurtamento del fondo farmaceutico e del personale sanitario. Questo è un vero paradosso: mentre la crisi impoverisce, segnando un incremento dei bisogni sociali, si va a incidere negativamente sui servizi alla persona e sul fondo nazionale per la non autosufficienza. Il risultato finale è che gli enti locali saranno costretti a scegliere tra diminuzione dei servizi o aumento di tasse e spese per le famiglie.

Esistono delle alternative?

Sintetizzando le nostre controproposte, vorremmo che si ragionasse sulla possibilità di avviare una riforma fiscale, che puntelli in primis la lotta agli evasori; di abbassare le tassazioni sui redditi da lavoro dipendente e sulle pensioni; di iniziare una serie lotta alla corruzione e agli sprechi nella pubblica amministrazione, a partire dal congruo ridimensionamento degli stipendi di politici e top manager; di tassare rendite e grandi patrimoni; di definire una nuova politica industriale, del terziario e dei servizi. Infine, il sindacato chiede di impegnarsi per il varo di un piano di lavoro a favore dei giovani e delle donne, incentivando le assunzioni a tempo indeterminato e cancellando le tante precarietà nei settori pubblici e privati.

Qualcos’altro da aggiungere?

Com’è noto, è stato introdotto l’obbligo per le lavoratrici del pubblico impiego di andare in pensione all’età di 65 anni. Hanno raccontato che era necessario perché richiesto dall’Europa. Non è vero: l’Europa impone la parità dei trattamenti e non i 65 anni. Sono risapute le ragioni che spingono le lavoratrici a difendere la possibilità di pensionamento ai sessant’anni: carico di lavoro, responsabilità familiari e assenza dei servizi. Secondo la CGIL occorre, dunque, che il Governo ripristini la flessibilità in uscita, restituendo a donne e uomini la possibilità di scegliere – entro un preciso arco di tempo – quando andare in pensione, ovviamente con un rendimento collegato all’età che si sceglie. Ultimo aspetto fondamentale è l’applicazione del principio in base al quale i risparmi previdenziali non possano servire a fare cassa, bensì debbano essere reinvestiti nel sistema previdenziale stesso.

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